Basta poco, basta pensare "meno male che non sono vicina al ciclo, perché in quel caso una situazione del genere mi avrebbe buttata nello sconforto". Basta poco, come pensare "stasera vado a comprare quella cosa, così mi godo la bella temperatura". Poi guardi fuori e trovi un panorama così. Nero da una parte, e dall'altra uno stralcio di azzurro inerme che sta per essere sovrastato dal temporale.
"Dimmi che sei innamorata pazza di me, dai, confessalo!". E perché dovrei dirti una bugia, me lo spieghi? Mi chiedi di guardarti negli occhi. E non ti chiedi nemmeno com'è che in questo momento lo sto facendo, ti sto guardando e ti sto parlando come fossimo seduti a un tavolo, davanti a una tazza di the. Ma non lo siamo, e io preferirei di sicuro essere stesa su una spiaggia di sabbia fine. È vero, non sono disposta ad ammettere nulla di più di zero, perché non vorrei che t'illudessi, tu, che già pensi di conoscermi. Come se bastassero cinque o sei anni. Anni di frazioni, di omissioni, d'incomprensioni. Briciole rubate alla noia e nella noia a volte sprofondate. Come quella volta che hai citato, quando ho pianto (quasi una vita fa). Ma non erano lacrime di felicità, cazzo, pensavo l'avessi capito: era disperazione. La stessa che col tempo ho trasformato in silenziosa rassegnazione, in razionale consapevolezza, in un segreto agrodolce, che ogni tanto scivola in malinconia, la malispezia. La stessa che forse mi fa vivere a metà. Tuo padre sta morendo a migliaia di chilometri di distanza, e tu sei qui che cerchi di strapparmi un'ammissione appagante, perché altro non puoi fare. Ho cucinato per te, ho passato del tempo con te, ho dato di me qualche stralcio, perché altro non posso fare. Quando al telefono mi chiedi se ho dormito bene, io rispondo "Da sola dormo sempre benissimo", e c'è della verità in questo, anche se amara. "Va bene, non parliamone più, ho capito", esclami, in uno dei tuoi improvvisi sprazzi d'illuminazione, come dire "meglio non sapere" quando invece già si sa, fin troppo.

Aiuto, ho una dipendenza.
Chissà se nella stagione estiva 2008 andranno ancora di moda le zeppe. Me lo chiedo perché il mio parco-calzature attuale ne comprende 8 paia (di altezze e colori diversi). Se così non fosse, visto che non riuscirò mai a consumarle tutte, sarei costretta ad andare contro tendenza.
(Sopra, l'ultimo acquisto di ieri: a 15 euro, potevo forse lasciarle lì?)
Riccione, beach bar ai confini con Rimini. Inaugurazione della Spiaggia rosa. Balli sfrenati, musica commerciale, professionisti che si esibiscono su un palco rialzato. LadyK, col vestito nero di Madonna, balla prima vicino poi sopra i divanetti in midollino. Quando si siede a riposarsi e si sfila i sandali, un tizio fa scivolare le mani sul sedere di lei con finta disinvoltura, pensando di non essere notato. Nel frattempo le si avvicina un giovane in camicia e capelli corti. "Hai dei piedi bellissimi! Senti, te li posso massaggiare?" Lei allunga la gamba con aria di sfida. "Però... in un posto più privato, che qui la gente... non capirebbe!". Ha la lingua verde, o blu. Lei glielo fa notare e lui risponde "Sarà l'Angelo azzurro...". Il terzo personaggio è un tipo tarchiatello intorno ai trent'anni che le dice "Ma come, hai già smesso di ballare?! Mi facevi impazzire...". Il trentenne in questione, dall'aria piuttosto dolce per la verità, la tampina con insistenza (fino al momento in cui LadyK deciderà di scappare da quel raduno di "zarri"), tentando inutilmente di avere il suo numero di telefono anche se non è di Milano. "Ho un amico che sta vicino a piazza pinco pallino, giuro che ti chiamo solo se vengo a trovarlo!". "C'incontreremo... se sarà destino". "Ma il destino ce lo creiamo noi!". Appunto.
Troppe cose in testa, un po' di stanchezza, poco tempo: butterò giù qualche indizio come mi viene.
Venerdi pomeriggio, le prove del Festivalbar. Ragazzine in prima fila sotto il palco dalle 7 del mattino, incuranti degli acquazzoni schizofrenici, che vedendomi vagare liberamente sotto il palco durante le prove, m'imploravano "Signoooooraaaaaa, può dare una lettera a Bill?" Chiiiii?! (e sorvolo sul "signora", mocciosa, perché non sai quello che dici). Il destinatario di numerose dichiarazioni d'amore era Bill Kaulitz, cantante dei Tokio Hotel (nuova boyband tedesca di cui ignoravo l'esistenza fino a pochi giorni fa). Che per la cronaca è un 17enne dai lineamenti femminili, truccato peggio di Robert Smith dei tempi d'oro ma più accurato (lunghi capelli svettanti verso l'alto, ombretto e smalto nero impeccabili). Contente loro. I miei preferiti - soprattutto durante le prove - sono stati Elisa e i Negramaro. Divini, bravi, disponibili. Divertente Cristicchi, inguardabili come sempre Le Vibrazioni e Zucchero. Quando te li vedi lì a pochi metri, ti rendi conto - ancora di più - di quanto siano privilegiati: ci sono quelli talentuosi davvero, e quelli che con quattro strofe da strapazzo hanno fatto fortuna. Tantissimissima gente (la vedrete, domani in tv) a riempire ogni buco possibile di piazza Duomo. Per evitare di restare in piedi per ore e ore e ore (dal pomeriggio fino all'una e mezza di notte) mi sono appropriata di una postazione semi-privilegiata in una zona limbo del backstage (in cui da una certa ora non hanno fatto entrare più nessuno, chissà perché): il lampione a sinistra del palco. Dovessero inquadrarlo, quella (stravolta di stanchezza) in piedi appoggiata al palo sono io. Verso la fine (quando i bodyguard che impietosamente delimitavano le zone off limit sono scomparsi) mi sono piazzata nel posto migliore, proprio sotto il palco, giusto in tempo per vedere un Miguel Bosè incredibilmente "gayzzato". Prevedendo un ritorno traumatico, un po' prima della fine (era l'1 e mezza) sono sgattaiolata via prendendo al volo un 23 non strapieno (un ringraziamento alle mie zeppe supercomode che mi hanno sostenuta tutto il giorno e permesso di correre alla fermata dopo e raggiungere il tram). A mezzogiorno di sabato ero sul treno per Riccione. (fine parte 1)
Cos'è il "buon gusto"?
La domanda - trita e ritrita - nasce da un mio colloquio in chat con il tizio di cui parlavo nell'ultimo commento del post sotto. Una persona che spesso, a parlarci, fa uscire la parte peggiore di me. La più iena. Ma d'altra parte, da uno che ha l'hobby della borsa (no, non Chloé e Coccinelle come me: qui si parla di economia, di nasdaq, dowjones, quelle robe lì), cosa ci si può aspettare?
Comunque, stamattina ha dichiarato (testuali parole): "Io mi vanto di avere tanto gusto e posso dare consigli". Gli ho risposto che una cosa del genere non si può proprio sentire. Tenete conto che non è nemmeno uno sbruffone, anzi, ha l'atteggiamento opposto: si scusa e ringrazia così spesso che mi viene l'ulcera. Io non direi mai di avere buon gusto, ma affermo di sapere cosa mi piace su di me e cosa mi piace sugli altri. Lo direi solo se fossi costretta a dirlo, ecco, come ho fatto ora. Ma il buon gusto di solito si riconosce negli altri, non in sé stessi, no? E sempre in base a parametri del tutto personali. Cioé, se una persona non ha gusto, in teoria non potrebbe riconoscerlo in qualcun altro. Mi viene in mente la donna in viola di cui ha parlato Lise qualche giorno fa: quella, aveva buon gusto? Magari, se avesse incontrato per strada una vestita come lei, avrebbe detto "Ooooh, com'è elegante!". Ma Lise ha dichiarato che no, non lo era. Insomma. Molto banalmente, non si può concludere dicendo "i gusti sono gusti". È vero, ma non tutti sono "buoni". E allora, come se ne esce? Chi detta "legge"? Gli stilisti? I personaggi dichiaramente eleganti? Mah.
Se non posso diventare una "futura rockstar" come preconizza la scritta qui sopra, mi accontenterò di vedere qualche cantante famoso da vicino. Venerdi vado a fare l'inviata nel backstage del Festiv@lbar: faccio qualche foto, qualche intervista, carpisco segreti di popolarità, tengo gli occhi aperti. Yeeeah rocchenroll!
A casa mia non c'è rischio di morire di fame. A casa mia si mangia abbastanza bene. A casa mia i dolci non mancano mai. A casa mia si sta seduti in 7, forse anche in 8. Di solito riordino la notte stessa, e lavo pure i piatti. Stavolta li ho lavati durante le pubblicità di "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto". Se non fossero state le due e mezza di notte, dopo avrei fatto anche la lavatrice.
CONSIGLIO DISINTERESSATO (update)
Nel caso abbiate fretta di tornare a casa perché avete organizzato una cena per 7 persone e dovete ancora preparare tutto, non correte per prendere il tram. Specialmente se avete messo le chiavi di casa nella tasca esterna della borsa, una tasca senza cerniera. Perché se avete la sensazione che correndo potrebbero esservi cadute, le chiavi, beh, ci sono molte possibilità che sia così. E se per caso, tornando sui vostri passi a cercarle e rifacendo lo stesso percorso tre volte non le vedete, è perchè magari sono cadute dentro un tombino. Anche se in quella via i tombini sono distanti uno dall'altro almeno un chilometro. E sono quasi in mezzo alla strada, a rischio investimento. Per fortuna, siete persone acute e non vi fate prendere dal panico. Beh, magari un po' si. Però correte da un ferramenta (che guardacaso è lì a pochi metri) e fatevi dare un bel pezzo di fil di ferro. Se il nervosismo vi possiede e non avete la mane ferma, non disperate: qualcuno più abile ed esperto vi aiuterà. Specie se siete donne. Lasciategli una bella mancia e vi sentirete meglio, nonostante tutto.
È stata colpa mia, tutta colpa mia, se mi sono ritrovata a piangere davanti a un'insulsa scena d'amore preconfezionata di un film trash americano, a mezzanotte e mezzo. Perché non si può - nello stesso giorno - finire Everyman di Roth, guardare Jane Eyre su rete4, disquisire su Skype di famiglia e di figli con l'amico siciliano, non avere alcuna risposta "cellullare" dal migliore amico nonostante il discretissimo sollecito, non trovare in casa un dolce in grado di soddisfare a fondo la mia voglia (ma la mancanza d'affetto non c'entra, ne sono convinta). E capire che non ho abbastanza sedie per la cena che ho organizzato venerdi.
Divisa tra la tentazione di comprarmi un paio di sandali (a 20 euro) e preparare una torta di mele, ieri sera mi sono organizzata per fare entrambe le cose. Di sandali ne ho presi due, una zeppa e uno zoccolo. Una volta a casa, dopo aver ingurgitato una piadina integrale con lo stracchino di nonno nanni (stando contemporaneamente al telefono con Clo), ho preparato gli ingredienti. La ricetta era quella semplice, senza stesura della pasta col mattarello, dall'insalatiera alla teglia come faceva mia madre. Le sue torte di mele erano bruttarelle, ma sempre buone: dosava a perfezione gli ingredienti (e senza bilancia) ma non si preoccupava di tagliare il frutto dandogli un "senso estetico". Lo faceva a tocchetti e lo buttava dentro l'impasto. Anche io ho fatto così, poi però ho appoggiato anche sopra le fettine di mela. È stato A. a insegnarmi l'importanza di un piatto ben presentato. Mentre mescolavo con forza, mi sono chiesta quanti ancora fanno le basi per torte in casa, ora che ci sono quelle in buste pronte da mettere in forno. Ma io sono della vecchia generazione e, in quanto zia - anche se "metropolitana" - tenterò di tramandare la tradizione. Mia mamma poi mi lasciava l'insalatiera da "pulire" - col cucchiaio e, alla fine, pure con la lingua -. A volte mi sembrava più buono quel sapore di quello della torta fatta e finita. Anche ieri ho ripetuto quel rito, godendone come allora: lo stesso aroma di limone, lo stesso dolce pizzicore sulla lingua. Ho commesso però un errore tattico: in assenza del lievito normale, ho usato quello di birra (che "lievita fuori dal forno"). Non vedendo nessuna metamorfosi, dopo dieci minuti la mia solita fretta da ariete mi ha spinta a infilare la teglia nel forno. Risultato: il dolce è buono, ma la pasta sembra una spugna umida. Vabeh, a ogni zia è concesso di sbagliare. Tanto qui in ufficio mangiano tutto e di tutto: domani non sarà rimasta alcuna traccia (né dell'errore, né della torta).
Come nelle peggiori giornate autunnali, la pioggia si aggiunge ad uno sciopero dei mezzi a singhiozzo (e al tesserino ATM scaduto). Per fortuna che se arrivo in ritardo non casca il mondo, fa niente se i colleghi non mi aspettano per il caffé. Stanotte ho sognato di essere in uno sperduto e triste albergo per un esame, e di fare più volte colazione a base di dolci vari. Ma se quell'idiota che mi fa il filo continua a dire che sono golosa per mancanza d'affetto, gli darò il 2 di picche con ancora più gusto. Ora tiro fuori dal cassetto delle provviste la confezione di Mikado, e li faccio sparire in 1 minuto netto.

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LadyK • 27/06/2007 14:51