Stanotte ho fatto un brutto sogno. Una stagista veniva messa al posto mio, a fare il lavoro che faccio ora, senza alcun preavviso, e io venivo “risbattuta” al mio precedente ruolo. La cosa che rendeva alquanto realistico il sogno era che effettivamente la gestione del personale, nella mia azienda, ultimamente è poco etica e organizzata. Poi mi faceva strano l’atteggiamento della mia capa, che mi aveva supportato fino al giorno prima e invece poi nemmeno mi avvertiva della sua decisione. Ma anche il comportamento dell’intero staff mi dava da pensare: si erano tanto battuti per avere una persona nella mia posizione (che prima non esisteva), ma poi scoprivo che c’erano state lamentele perché il reparto a cui prima appartenevo non era più efficiente come un tempo (per quello mi rivolevano lì). Non riuscivo a capire come le mie potessero essere così “doppie”. Mi sono svegliata ferita e incazzata, e mi sono alzata senza aspettare che la sveglia suonasse le solite 4 volte (dalle 8.15 alle 8.30 ogni cinque minuti). Arrivata qui, ho trovato tutto al suo posto: i due computer sulla mia scrivania (sto subendo una transazione da Mac a Pc, e per abituarmi al trauma li avrò ancora entrambi per pochi giorni), la catasta di giornali che non riesco a leggere, i sacchetti del dopo trasloco sotto la scrivania. Ma probabilmente questo sogno non mi ha disorientata quanto quello della settimana scorsa: rientrando a casa, scoprivo che mi avevano svuotato la libreria: spariti i volumi, spariti i cd, spariti i soprammobili, ma anche – tragedia!!! - i vestiti e le scarpe, riposti in scaffali chiusi. Mi sentivo privata della mia identità, derubata di tutto quello che mi caratterizza. Perché ogni oggetto che possiedo racconta di me come le parole a volte non riescono a fare (o perché riempirmi di cose è un vizio innato).
Il tassista che mi porta a casa da Linate è alto e grosso, ha più o meno quarant'anni e una faccia qualunque.
«Non sapevo che dopo le 21.30, la domenica, non ci fossero più i bus per la Centrale...» gli dico.
«Ah, esiste una cosa del genere?» Penso che mi prenda in giro o si faccia beffe di chi offre un servizio che costa un terzo del suo. Ignoro l'ironia e passo oltre.
«Da dove arriva di bello?», chiede.
«Da Catania».
«Non me lo dica: pioveva! Si chiederà come faccio a saperlo...»
«Ne avrà parlato il telegiornale! Un nubifragio simile non si vedeva da anni...», rispondo io sorridendo.
«Non lo so, ma ho portato a casa altre persone dal volo precedente e me l'hanno detto. Massì, è andata bene bene anche così!». Non so proprio cosa glielo fa credere: in cuor mio penso che avrei preferito proprio di no, avrei preferito il sole, ma gli dò ragione per convenienza. Per fortuna sono riuscita a vedere almeno Taormina sotto il sole.
Un convenevole via l'altro, la conversazione cade sull'ora legale. Ci chiediamo quando la toglieranno e io suppongo - per sentito dire - il prossimo weekend.
«Aaah, se è sabato prossimo allora io non lavoro. Ci mancherebbe! Non ho voglia di litigare con i clienti perché non sono d'accordo con me... E poi pretendo cose impossibili!»
Attimo di silenzio. Sono indecisa se far cadere il discorso oppure chiedere approfondimenti, come lui chiaramente mi sta invitando a fare. Cosa si può chiedere di strano a un taxi, oltre che attraversare la città? Salire sulle scalinate del duomo? Cedo: «Impossibili? Tipo cosa?»
«Mah, per esempio sabato scorso due ragazzi ubriachi mi si sono avvicinandomi dicendo "DEVI portarmi a...". Già il "devi" non mi sta bene. E uno dei due, completamente andato, ha detto "Poi se fai il bravo, forse ti paghiamo". Ho tirato fuori la pistola, gliel'ho puntata alla testa e gli ho detto che se non se ne andavano avrei fatto fuoco. La sbronza gli è passata tutta d'un colpo...»
Il mio sorrisetto di circostanza - che nasconde l'espressione un tantino agghiacciata - gli sarà arrivato dallo specchietto retrovisore. Capisco il pericolo. E capisco che io non ho nessun indizio per giudicarlo. Ma pensare che forse è un po' troppo è una reazione compresibile. Di notte c'è il Bronx a Milano?
Parcheggia proprio davanti al mio portone, "per la mia incolumità". Sono felice di tornare alle mie mura, ai miei odori, al mio panorama. Svuoto la valigia in un lampo e butto metà delle cose in lavatrice. La giacca in finto pelo rasato, che - in teoria - doveva servirmi solo per il viaggio, è stato una seconda pelle e ha preso qualche brutta piega a causa di tutta l'acqua assorbita. La lavanderia dovrebbe rimetterla in sesto. Dopo tre giorni di ritmi sballati, pasti a orari dilatati e niente colazione, ho voglia di un bicchiere di latte coi cereali. Senza le proprie abitudini non si può vivere a lungo. E io mi conosco abbastanza per sapere che non ho più voglia di cambiarle.
Non sono ancora tornata al ciclo di "vita normale". Non so nemmeno se ci tornerò, francamente spero di no. La normalità potrebbe essere pure questa: l'improvvisazione, che così bene si adatta alla mia indole di "quella che decide le cose all'ultimo momento". Attualmente mi trovo a fare un lavoro che non è ben definibile e per cui ho competenze solo parziali, ma andrà sempre meglio. Mi piace anche così. Questo weekend mi prendo una pausa (un'altra!). Faccio un viaggio (di lavoro?) programmato un mesetto fa, una di quelle cose che volevo fare da molto ma senza trovare la volontà di pensarci. Perché è la volontà che conta. Poi il caso ti aiuta a ridurre i tempi, a cogliere l'occasione, a prendere una decisione, anche se d'impulso. È una mezza follia, anche se piccola (mica vado in Africa). Fa parte della mia terapia antietà: buttarsi per provare la propria elasticità. Chissà che effetto faccio, a rivedermi dopo 6 anni. E chissà com'ero realmente, 6 anni fa.
Non ho tempo, non ho tempo, non ho tempo. Per raccontarvi che i quaranta ragazzi non erano tutti belli, ma qualcuno era davvero carino e qualche altro simpatico. Che han fatto un sacco di baccano, benedetti giovani. Che tra i dodici finalisti c'erano quasi tutti quelli che avevo selezionato anch'io. Che il mio preferito (il numero 37) è stato scartato quando hanno scelto i sei Più Belli. Che il posto non era male, il meteo non era illuminante e luminoso ma non faceva così schifo come avevano annunciato le previsioni, quindi ho patito caldo (non ci si porta mai abbastanza vestiti!). Che stare dietro le quinte a rubare foto in giro è divertente, ma giudicare è faticoso. Che non sapevo ci fosse un'inviata de La vita in diretta a intervistare tutti. Che involontariamente ho scatenato un litigio tra lo stilista sponsor e una ex protagonista di fotoromanzi, che ha poi generato un articolo-denuncia (verso lo stilista) apparso su un quotidiano locale. Che ho fatto amicizia con due fotografi emiliani, e pure - udite udite - con Cesare Ragazzi. Infine, che un tizio dalla faccia non poi così ignota mi ha chiesto l'autografo (aggiungendo "Complimenti, sei sempre bellissima!") scambiandomi per Lory Del Santo (e il bello è che pensava stessi scherzando, quando ho precisato un po' stupita "Ma lei è bionda!!!".) Poi è arrivata la vera Lory, e lui ha esclamato "Che fffiguraccia...". Per rimettere a posto le cose, mi ha salutato dicendo "Grazie dell'autografo, comunque sei meglio di lei!". Non ho tempo di raccontarvi tutto questo, ma per chi sa, sto preparando uno speciale sul sito ufficiale. La ex soubrette di Drive in ha quasi cinquant'anni, che poi è l'età che mi sentivo di avere io in mezzo a quei ventenni. Deprimente. Ma non credo che questo mi spingerà a declinare l'invito per la finale del Più bello del mondo.
Immagina quaranta ragazzi. Bellissimi, giovani e forti. Selezionati tra centinaia di candidati in tutta Italia, scremati, poi ridotti a meno della metà. Immagina di vederli tutti insieme su un palco. Immagina di dover essere tu a dover scegliere chi è il bello fra i belli. Tu, con un giornalista che ama i ciondoli (hem) e uno stilista che ama i fronzoli. Tu. No, non tu, io. Io sabato parto per una cittadina delle Marche (esistono!) e domenica sarò in quella giuria, dove il mio voto avrà il suo bel peso. Ecco cosa capita in questa parte della mia vita. Quaranta ragazzi disposti a tutto (hahaha!) pur di vincere. Ma la prenderò seriamente, non mi farò corrompere. No. Credimi.
Poi lunedi tornerò e mi troverò in un altro ufficio, in un altro stabile, a un altro piano, con un'altra parte della mia redazione. Oggi faccio gli scatoloni. Le foto dalla finestra non saranno la stessa cosa, ma ci si abitua a tutto. Non succede niente per mesi, per anni, e poi... boom! Forse per questo fatico ad addormentarmi. Le cose non cambiano solo per me. Ieri A. mi ha detto "Speriamo d'invecchiare insieme, di non perderci mai di vista". Quello che spero è d'invecchiare molto, molto lentamente, ma purtroppo non dipende da me...
Parliamoci chiaro: lavare con l'acqua piovana non è poi così igienico. Le macchie non vengono via, e chissà quanto PM10 invisibile si annida nelle trame a tua insaputa. Rimane quell'odore selvatico, mica il profumo dell'ammorbidente. No, non è la stessa cosa, e alla prima occasione, al primo raggio di sole, conviene fare una lavatrice. Allora aspetto quel raggio di sole, quello che scalderà abbastanza da asciugare a fondo, e intanto stringo i denti tentando di non dimenticarmi tutto quello che ho imparato nelle giornate grigie. Perché sarebbe stupido non far tesoro dei momenti bui, sperando che non si ripresentino, o se proprio devono farlo, che aspettino un bel po'.
Per il reparto Eventi Effimeri, abbiamo una sfilata di moda, la prima della mia vita, una poco importante: intimo e costumi. Alcuni articoli pure di un certo pregio, attraenti, con tutti quegli strass e le linee semplici. Ma l'osservazione dei capi a volte veniva distratta dal fisico delle modelle. E la stampa (iena) stava in prima fila, quindi li vedevo benissimo, ma anche in quinta fila era impossibile non notare certi - hem - particolari. Una era devastata dalla cellulite (non sto esagerando, giuro). Un'altra era tipo budino non ancora commestibile e aveva muscoli solo ai lati delle chiappe, gli unici a funzionare, ma al posto sbagliato. Un'altra ancora aveva i brufoli sul sedere come si fosse appena fatta la ceretta. Ne ricordo una notevole di fisico ma dal viso butterato. Non parliamo poi dei cambi poco accurati, con le targhette degli slip che spuntavano in fuori. Si vede che han dovuto risparmiare sul casting. E anche sul buffet. La fame mi ha spinta a buttarmi su un poco invitante crostino cosparso di una cacchetta verde scuro: dopo aver verificato che non fosse a base di olive (che detesto), ne ho ingoiati un paio bagnandoli con del vino rosso. Purtroppo erano peperoni, i miei nemici numero 3 (dopo i frutti di mare e le olive, appunto), gli "Indigeribili". Ho ingoiato al volo due cioccolatini che una gentile donzella distribuiva insieme a dei pacchetti di sigarette e sono scappata via sognando un digestivo. Una volta a casa, ho fumato (senza aspirare, che io mica fumo) una capri alla menta, chiedendomi dove sono finiti i miei amici mondani e come fare per arruolarne un po' di nuovi. AAA compagno/a di Sventure cercasi.

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LadyK • 26/10/2007 16:48