«Com'è che mi hai chiamato, scusa?!», esclama lui incredulo e sorridente, ma comunque poco credibile. «Ho deciso.», risponde lei, tra il risoluto e il compiaciuto, ma comunque petulante, «scusa ma ti chiamo amore!». Non è la realtà, è un film. Uno di quelli che vai a vedere in tre casi: il primo è se hai meno di vent'anni, il secondo se sei parente di uno degli attori, il terzo è per lavoro, se dopo devi fotografare Bova, che in conferenza stampa passa cinque minuti buoni a leggere sms sul cellulare che tiene tra le gambe larghe. E le foto vengono tutte mosse, che quasi quasi ti verrebbe voglia di scattargliene una quando te lo trovi a pochi cm da te nell'atrio del bagno (nota: se è la prima tentazione, stai proprio pensando ad altro). Ma torniamo alla scenetta di cui sopra, pensi che certe cose succedono solo al cinema. Poi una sera sei lì, non in solitudine, ti chiedi "ma io 'sta cosa dove l'ho già sentita?" e magari ti viene un po' da ridere. Quando proprio non sarebbe il caso.
La sofferenza causata da una delusione è tanto bruciante quanto l'affetto che proviamo per la persona che la provoca? L'equazione amore* X = dolore X è discutibile? Parrebbe di no. Se poi si ha la sfortuna di avere un amico tanto egoista e distratto quanto sornione bravo a metterci una pezza con un sorriso e una mossetta, è un gran casino. E intanto l'incazzatura magari è già stata soffocata per mezzo d'un vassoio di chiacchiere, nemmeno abbastanza dolci. Le calorie inutili, le chiamo io, che poi vanno bilanciate con un piatto di fagiolini e un'altra scorpacciata di chiacchiere più buone.
Tre sono le fasi dei saldi: i primi due o tre giorni, in cui si trovano cose che poi scompariranno. Il periodo di mezzo, in cui ci si guarda intorno compricchiando qua e là. Il terzo, in cui l'armadio è ormai pieno ma ci sono occasioni imperdibili (una borsetta a forma di cuore con brillocchi a 20 euro invece di 69? Irresistibile).
Il vento fa diventar pazzi. Anche mia nipote oggi lo sentiva, era lievemente schizofrenica, faceva il girogirotondo da sola abbracciando un giocattolo, batteva sul muro come a cercare un passaggio segreto, si lasciava cadere a terra a ogni capriccio. Uno dei privilegi dell'essere bambini è il non dover giustificare le proprie pazzie e cambi d'umore.
*(qui si parla di amore in senso universale)
Due coppie di genere totalmente diverso ma entrambe bizzarre a modo loro, mangiano tortillas al messicano scambiandosi racconti di terre più o meno lontane (da qui). Si finisce dalla coppia di "stranieri" a bere grappa distillata in casa. Gli altri due si ritrovano, come spesso succedeva mesi prima, ad addormentarsi l'una con la mano sulla guancia dell'altro. Il sabato mattina la sveglia è spontanea ma prematura. Ne approfitto per pulire i vetri, baciati dal sole milanese, che il pomeriggio abbandono per addentrarmi nella fitta nebbia di luoghi... inesplorati. Sbagliando strada e ritrovandola varie volte. Sorprendendomi di me, di qualcosa che dentro ha fatto "clic" in silenzio. A. mi dice "ti vedo cambiata": per me non è così, e poi è impossibile vederlo dal di fuori, e... anche fosse non sono pronta ad ammetterlo. Cambiata sì, negli anni: a guardare certe mie foto, in parte rimpiango di non essere stata allora come adesso. Mentre guardo negli scatti la mia faccia tonda, le gambotte gonfie post sviluppo, i maglioni e le camicie informi dei vent'anni, penso alla sarta di poche ore prima (moderna ma spietata), che impugnando i miei pantaloni a vita altissima dichiara "in pochissime, oltre a lei, se li possono permettere". Poi qualcosa mi spinge a incoraggiare un cambio repentino di programma per la serata. Un paio di sorpassi da cardiopalma affrontati con sorprendente sangue freddo, lo stop a un semaforo in qualche posto in mezzo al niente, immerso nella solita nebbia. Perdesi tra opache insegne luminose e fare una rotonda per circa quaranta volte, prima di essere colta dall'ispirazione di tornare indietro. Finalmente casa, e a casa tutto il resto che aspettavamo. Poi i problemi di A. che sono anche problemi miei, e influenzano - ma non impediscono - un aperitivo che chiude le porte alla domenica. Oggi è di nuovo tutto in salita.
Sì, però ora basta. Almeno per un po'. Ha ragione Lise a non uscire di casa il sabato pomeriggio, per non farsi tentare dai saldi. Solo che io lavoro vicino al centro, per cui è una causa persa. Troppo facile trovare qualcosa di carino e nemmeno troppo scontato. Dire "esco per prendere giusto quel paio di stivaletti rossi a 20 euro" e tornare a casa con un pantalone a vita altissima che ne costa più di 100. E quel meraviglioso anello di Svarowski che è impossibile lasciare in vetrina, che "in fondo un bijoux me lo regalo tutti gli anni"? E quella camicia presa in due colori che tanto costa solo 12 euro? E via così, con lo spirito "finché posso permettermelo, godiamocela", che poi in fondo è giusto così...?
Il primo giorno di saldi (uno dei momenti della vita in cui vorrei essere ubiqua) si è svolto secondo una scaletta già ben rodata. Dopo aver convinto il supereroe che non era una buona idea accompagnarmi nel mio giro (e di questo ha poi ammesso - ieri, dopo un assaggio dell'esperienza in tre negozi diversi - di dovermi sentitamente ringraziare), mi sono alzata a orari d'ufficio per recarmi da Guess. Anche se sono sempre più brava nel fare acquisti senza poi doverli restituire, un vago senso di colpa mi attanaglia una volta superato l'uscio del negozio. Continuo a pensare che all'ingresso trasmettano qualche tipo di subdola comunicazione subliminale (tipo il fischietto a ultrasuoni per i cani) per indurre ad acquisti scriteriati, perché spendo (lì e subito) dal 30 al 50% della cifra stanziata per l'intera operazione-saldi. La cosa strana è che stavolta non ho preso nessuna borsa, la collezione di quest'inverno lasciava molto a desiderare soprattutto per i materiali. Il maglioncino con zip in cotone col 5% di cachemire (e scritta di strass sulla manica) deve per forza di cose diventare il capo passepartout, una cosa che "ah, se l'avessi lasciata sugli scaffali, quanto mi sarei pentita!", perché visto il suo costo (quasi 100 euro) non potrei giustificarlo razionalmente. È che quando vedo un po' di Swarovski non capisco più niente. Da Marilena ho lasciato gli stivaletti dei miei sogni (e un pezzo del mio cuore), per eccesso di scrupolo e mancanza di numero ideale: è vero che a volte mi calza il 39 invece del 40, ma temo che il mio piede sinistro - dopo più di un quarto d'ora su quello spettacolare tacco 10 - avrebbe avuto da ridire. La maratona, ovviamente, continua per tutta la settimana e probabilmente weekend annesso.

Milano è una città che sa essere molto crudele. Ma le rare volte in cui mi trovo a guidare ammirando il suo panorama innevato, trasformato, incantato, mi fa un regalo senza prezzo.
La notte del primo giorno dell'anno sogno la mia casa, e non quella della realtà. Ha pochi mobili, giusto i necessari, e quasi nessun oggetto personale. Sposto il letto, il divano, la libreria, e scopro che così è molto più accogliente e spaziosa. Soddisfatta, invito subito degli amici per sperimentare la nuova disposizione. È allora che scopro che il letto è in bilico su una zona del pavimento un po' inclinata. La soluzione a cui penso è sovrapporre un altro "strato" di pavimentazione a quella esistente. Poi esco per andare al lavoro, ma non so perché non indosso le scarpe e le calze sono anche bucate. Per strada incontro il mio direttore, ed entrambe rimaniamo bloccate a causa di un corteo pubblicitario che promuove Totti e una soubrette. Mi fermo a fare la pipì su un water messo all'esterno di una cabina telefonica, senza tanti scrupoli; un uomo grasso mi guarda con libidine e io quasi ne sono compiaciuta. Quando arrivo al lavoro, i miei colleghi non sono giornalisti, ma dottori somiglianti ai protagonisti di Grey's Anatomy che però hanno fallito l'esame. Poi il sogno cambia ancora, e mi trovo a parlare con A. del mio rapporto con una certa persona. La nostra conversazione è molto intima e piuttosto realistica: somiglia molto a quello che vorrei raccontargli davvero. Lui è più presente del solito, mi ascolta con partecipazione e mi risponde con dolcezza. Anche se è steso sopra un muretto, sotto un sole pallido, e guarda dalla parte opposta alla mia. Stamattina sono tornata a cercare significati, come faccio quelle due-tre volte l'anno che mi succede di sognare una casa. Si parla di voglia di cambiamenti, di trasformazione. E le trasformazioni sono sempre molto lente, graduali, a volte quasi impercettibili. Tutto lascia un segno, che noi riusciamo a vederlo o meno, che noi lo ricordiamo o meno.

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LadyK • 27/01/2008 23:24