Quanti anni ci vogliono prima che il sangue di un alcolista o di un drogato torni "pulito"? Quanto tempo ci vuole prima che il sangue di una single (da lustri) venga almeno parzialmente contaminato da una vaga idea di "coppia"? Soprattutto, riuscirà ad aspettare quel momento di leggero stordimento senza fuggire anzitempo a gambe levate? Più sento certe storie, più mi ascolto, più ne dubito. Eppure potrei sbagliare tutto. Ho un’amica che si è messa in un bel pasticcio, e solo ora si rende conto (ma sarà la volta buona?) che la prigionia non è meglio della solitudine. Parliamo di casi estremi, certo, eppure ogni caso può essere estremo, a modo suo.
Domani compio 41 anni, e mi sento bene. Mi sento forte, autosufficiente, carica, piena di risorse, cinica al punto giusto, indipendente. Carina, nonostante qualche segno di cedimento, la pelle che comincia a diventare sottile e delicata, le prime rughe d’espressione (ma solo sulla fronte). Sì, oggi sono pronta a regalare sorrisi e risate alle persone che adoro. Ma dopodomani potrei sentirmi vecchia, cadente e sola. Gli amici potrebbero non esserci più, o tornare a stare lontani, nelle loro terre d’origine. Il lavoro potrebbe tornare a essere meno entusiasmante di adesso. La mia casa potrebbe starmi stretta. La mia indipendenza potrebbe sembrarmi una gabbia soffocante. Potrebbe.
Eppure. Preoccuparsi del futuro è l’ennesima fregatura della vita.
- Sono un po’ depressa. Per la prima volta nella mia vita, mi sento sopra i quaranta.
- E lo sai perché, tesoro?
- Perché?
- Perché sei sopra i cinquanta!
(da Cuori senza età)
Inaugurazione negozio in zona animata della città. Tre ore in mezzo a vippettini (tronistelli, attorucoli, grandefratelline - anche se belle -, calendarielle, presentatorini, testimonialucci) dai quali solo gli stuzzichini al tonno e salmone possono salvarmi. Attesa sfiancante per poter riprendere la prima uscita di una tal coppia, il motivo per cui sono lì. Come ogni volta, i fotografi mi spingono indietro: non mi ritengono credibile, poiché non brandisco un'attrezzatura ingombrante e professionale come la loro, ma solo la mia piccola fotocamera. Presto avrò una videocamera degna di questo nome, e allora lo vedrete cosa può fare una donna. La giovane attrice è meno antipatica e più dolce di quanto pensassi, così imbarazzata che quasi mi fa tenerezza. Mi confida che tutta quella gente lì per lei la intimidisce e quasi si aggrappa a me. In fondo potrebbe essere mia figlia (come la maggior parte delle ragazze "per cui" lavoro). La nostra marketing manager mi becca con uno spuntino in mano ("Sei sul pezzo?" "Si, di pizza!").
Incontro il solito giornalista di moda amico di A. che incrocio quasi a qualunque evento io vada, che mi presenta una collega completamente folle: non fa altro che abbuffarsi dalle cinque alle otto di sera, epperò è simpatica. Finalmente arriva la mia amica G. (che io chiamo "murata viva" a causa del fidanzato che non la fa mai uscire), anche lei alla sua prima uscita mondana dell'anno. Parliamo per un'oretta, poi mi sposto anch'io in zona limitrofa dove ho una festa a ingresso stampa.
L'altra amica (MaryClear) tarda ad arrivare, fa freddo e ho i piedi a pezzi. A pochi metri dai locali più trendy della zona, dove la milanobene si mette in mostra col bicchiere in mano, c'è un bar "normale". Pure troppo. Talmente piccolo e antiquato da essere fuori luogo. I gestori sono due vecchi scatarranti e malmostosi (più lei che lui), l'unica cliente è una signora distinta che si sta giocando grosse manciate al videopoker. Per guadagnare tempo ordino un cappuccio e lo bevo seduta, leggendo il giornale. La giocatrice è calma ma ostinata; a un certo punto la macchinetta sputa tante monete da 1 euro, mai quanto quelle che la signora ha già perso. Quando esco, il vecchio barista inaspettatamente mi sorride: e dire che ho pure usato il bagno.
Con Mary bevo un rosso da Moscatelli e ci scambiamo gli ultimi gossip. Le donne parlano aprendo continue parentesi, tanto che a dover disegnare i nostri discorsi, sembrerebbero degli alberi genealogici: da ogni parola scaturisce sempre un pensiero collegato. Quando mi racconta della sua relazione con il ragazzo irlandese e della difficoltà del parlare due lingue, le cito una frase letta in un'intervista ad Amélie Nothomb: "La parola è il campo di battaglia dei sentimenti. Paradossalmente parlare lingue diverse è un vantaggio, la difficoltà di comprendersi è dichiarata, abolisce l'illusione di capirsi. In amore ci si fraintende di continuo, ognuno fa riferimento al suo universo emotivo traducendolo sempre in parole inadeguate". Altre parentesi a cascata.
Soggiorniamo un'oretta al party (non degno di nota) per l'uscita del disco di Grignani, poi chiamiamo un taxi. Alla guida c'è una donna (dev'essere la serata) e ascolta senza replicare il nostro blaterare sullo shopping e sul delizioso vestito in viscosa rosso e arancio che la mia amica ha comprato da Mango (motivo per cui stasera non andrò in palestra, di nuovo). "Che simpatica, aspettiamo che entri nel portone" dice la signora (che ha un taglio di capelli molto "moderno"), quando lasciamo Mary sotto casa. Le dico che ho appena letto un articolo sulle donne tassiste. Ne ha sentito parlare e sarebbe curiosa di leggerlo (soprattutto perché parla di una molto odiata dalla categoria). Cosi, quando arriviamo da me salgo, lo strappo da Io Donna e glielo porto. Lei mi ringrazia chiamandomi "gioia" più volte. E che gioia sia.
Madonnachesilenzioc'èstasera
Vivo in una strana città. A volte sembra il centro del mondo, altre volte un deserto di provincia. Mi ero fatta l'idea che ormai le sere migliori per uscire non fossero più quelle del weekend, che il sabato fosse roba da teenager, che la movida brillasse durante la settimana. Poi mi gira di vivere un giovedì movimentato, e l'unico posto dove sembra esserci vita (zona Moscova) è invaso da macchine, quasi una sopra l'altra. Per il resto, anche a setacciare chilometri d'asfalto, tra vetrine di pub e ristoranti, trovo solo gruppi sparuti e locali semivuoti, parcheggi disponibili gratis in zone impensabili (Brera e Sempione), e silenzio inspiegabile. Tempo fa cercavo quel locale storico dove ho trascorso diverse serate a lume di candela con due amiche, facendoci tarocchi e previsioni astrologiche a vicenda, di fronte a un tris di grappe aromatiche. Me lo trovo davanti quasi per caso. La serranda è abbassata e polverosa, l'insegna ("...sentin) è spezzata a metà. All'entrata di ogni bar che si possa vantare anche solo vagamente d'esser trendy, puoi prendere varie tipologie di librettini in cui trovi snocciolati un buon numero di locali, con tanto di descrizione (spesso poco affidabile). Persino il milanese doc fatica a star dietro a chiusure, riaperture, cambi di nome, di luogo e di stile. La proposta sembra infinita, eppure spesso insoddisfacente. Quando devi sceglierne uno, aspettandoti di trovarti a tuo agio, la decisione è ben difficile. Dove va la gente che cerca un punto d'incontro o che vorrebbe incontrarsi? (Magari senza fare la coda e trovando posto a sedere.) Un dilemma che ci rode da lustri. Da quanto tempo Milano è per chi ha già degli amici e non per chi li cerca? E' la diffidenza che ci ha insegnato a non guardare chi abbiamo intorno? Stasera mi hanno invitata al Mono ("non stereo", come puntualizzano i gestori). Sembrerà un tuffo nel passato, nell'infanzia, a me che ho un apparecchio che nemmeno legge più i cd e un giradischi abbandonato da anni dentro a un mobile in cucina. Ma se ci andassi da sola resterei "mono" (una), ne son quasi certa.
Tra le mie varie virtù (nelle quali non compare la modestia) ho scoperto di avere anche la capacità di fare shopping anche col timer, cioé a "tempo determinato". Dover comparire (per lavoro) davanti a un computer ogni ora e mezza non m'impedisce di raggiungere lo Zara più vicino, provare dei jeans larghi come quelli appena visti addosso alla Gerini, pagarli - insieme a una cintura finto Burberry- e tornare al dovere. A raccogliere un (meritato) successo, tra l'altro.
Essere protagonisti assoluti è una cosa, trovarsi al tavolo con altre due primedonne in competizione (che si studiano con costruita disinvoltura) è un'altra. Due galli in un pollaio, e troppo poco pollo in tavola per 6 persone. L'unica è nascondersi nella teglia di tiramisù, e sfamare le bocche ancora spalancate in cerca di cibo con tipologie varie di formaggio. Anche a debita distanza, un rapporto intimo e complice si percepisce a pelle. Tanto quanto pochi centimetri di spazio non possono compensare una relazione non ancora consolidata, basata su fragili squilibri. E non c'è proprio niente da fare (non sul momento), niente che sia utile dire, niente che serva a mascherare: sarà il solito tempo (lento, decisivo, costruttivo) a tirare le somme.
Intanto mia nipote cresce (quasi a dismisura), e ieri mi ha dato il primo, vero bacio sulla guancia. Mi aspetto che ne seguano a catinelle, in un numero talmente esagerato da non riuscire - presto - più a contarli.
NB: Avere un blog pubblico non significa per forza tollerare che il lettore debba farne un uso inadeguato e inopportuno. Ogni parola ha un suo peso a seconda di dove viene appoggiata. Finché restano qui, sono leggere come piume e non fanno male a nessuno, specie a certi animi fin troppo sensibili e ad alcune situazioni sempre in bilico. Chi ha orecchie per sentire (o meglio, occhi per leggere, e testa per capire...) raccolga il mio appello. Chi non ce l'ha, si adegui. Grazie.
Veramente non avrei tempo nemmeno per andare in bagno, ma ve lo voglio raccontare. Oggi ho fatto la sceneggiatrice (si fa per dire) per un video. Che il video sia uno strip è un fattore secondario, come quello che i ragazzi fossero carini (ma troppo giovani, anche se il brasiliano francamente poteva far scordare di avere poco più di 20 anni). Se volete sapere dove va online, provate a guardare StudioAperto (lo so, è un sacrificio) venerdi alle 18.30. Oppure chiedetemelo. E' stata dura, un po' perché ero alla prima esperienza del genere, un po' perché i modelli all'inizio erano un po' "crudi" (eccetto il brasiliano, che sapeva cosa fare). Poi è andato tutto benissimo. Alle due sono tornata in ufficio cotta e con un'altra decina di problemi già pronti ad aspettarmi. E domani sono ospite a quella trasmissione di cui sotto, dove ti fan preparare 5 risposte e magari ti fanno solo una domanda. Venerdi ho organizzato una cena per far conoscere il Supereroe ad A. Grande evento. Se non riesco a prendermi il pomeriggio di ferie per far la spesa e cucinare, saremo costretti a mangiare piadina e formaggio. Giammai, perché gli ospiti sono almeno 5, e venerdi mi arriva pure il tavolo (più grande) con le sedie nuove. Tra due mesi ho l'esame di spagnolo e temo di non saper mettere insieme una frase almeno lievemente elaborata. In compenso, la mia nuova teacher d'inglese mi ha detto che, con un po' di esercizio, potrei essere presa per madrelingua.

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LadyK • 27/03/2008 13:55