Ora che la settimana del Salone è finita (e sta per iniziare quella del Matrimonio dell'Anno), alla mia colf tocca il doppio lavoro. Siccome però non mi fido di come lavora e voglio essere sempre presente, finisce che l'orario delle pulizie è spostato a tarda sera, quando rientro, riordinando un pezzetto per volta. Quindi, dopo aver svuotato un vecchio mobile e riempito parzialmente quello nuovo, ora rimane da fare... tutto. Tipo trovare una sistemazione definitiva per il vecchio stereo con giradischi (non più la cucina ma la discarica? Non posseggo cantina), pulire i pavimenti, spolverare tutto (anche dove non si vede), liberarsi di qualche mezza dozzina di libri superflui (quelli che tanto non leggerò mai, per dare rilievo a quelli che invece meritano), ecc. Dare insomma un'aria primaverile alla casa, in modo che si impossessi nuovamente di me la voglia di organizzare qualche cena in compagnia (nel senso di: dalle 3 persone in su). Intanto le rose gialle stanno già sbocciando dandomi la solita grande soddisfazione. E grazie a un intruglio a base di aglio, origano, cipolla e prezzemolo (su consiglio di un trafiletto strappato anni fa da qualche giornale ma mai attuato) spruzzato sui boccioli, sono riuscita a tener lontani i pidocchi. Se qualcuno se lo sta chiedendo: nonostante tutto no, le mie rose non puzzano.
Il "travestimento" che prediligo meno è quello della colf di me stessa. Questo personaggio compare tanto più spesso quanto è il tempo che passo fuori casa. Cioé: se ci sto poco, c'è tanto da fare perché i "mestieri" si accumulano. Ergo, sabato mattina la "mia" domestica ha pulito pavimenti (il compito più fastidioso) e bagno, ma non ha fatto in tempo a far la spesa al mercato. Troppo lenta.
Ritrasformata in LadyK, nel pomeriggio ho comprato tre vestiti al Salvagente a prezzi stracciati, tra cui uno nero come quello (bianco) delle più celebri foto di Marilyn. Un altro era quello per l'imminente matrimonio di mio fratello, bocciato però da mia mamma perché troppo colorato/scollato/vistoso (e dire che mi sembrava perfetto). Quindi, sono in grossa crisi.
Dopo una cena leggera, via di nuovo nei panni della domestica per stirare e fare una lavatrice; panni smessi appena in tempo per la seconda parte (privata) della serata. Ma sono un po' gelosa perché la mia colf cucca quasi più di me. Quindi, per punizione, la domenica l'ho spedita al supermercato in tempo limite (l'una meno un quarto) a procurarmi latte, fruttosio, cereali, acqua e caffé. Con l'auto in riserva, per vedere come se la cava in situazioni di stress.
Nel pomeriggio ho sperimentato un nuovo look: vestito del mercato (10 euro spesi benissimo) colorato e sbarazzino, leggins neri e scarpe in vernice bianche (altri 20 euro ben investiti). Il Supereroe ha spalancato gli occhi bofonchiando qualcosa tipo "così non vale", e subito dopo ha esclamato "Ma allora corteggiatori ne hai!". Come spesso mi capita con lui, non ho capito il riferimento (perché l'ha pensato solo in quel momento?) ma non ho osato approfondire.
Resistere alle tentazioni non è il mio forte, e quando varco la soglia del nuovo Coin in V giornate è la rovina. Altri 29 euro se ne sono andati per un paio di deliziosi orecchini con tanto di rossetto rosso pendente. Devo nasconderli bene, altrimenti la mia donna di servizio potrebbe farli sparire (so che le piacciono assai) e dovrei punirla con un doppio turno serale o farle lavare i vetri. Ma non posso, non adesso: le ho dato ferie fino alla settimana prossima.
L'aria torna a soffiare deliziando i sensi, creando incastri felici. Anche se il vestito che ho preso per il matrimonio di mio fratello non va bene, e ho soltanto un weekend (pure se lungo) per cercare qualcos'altro. Ansia. Beatitudine. Ho ritrovato l'agenda persa da almeno due mesi, ma ho "perso" tempo per colpa dei baci. Sarà una settimana piena di cose da vedere e tacchi consumati, forse anche troppo.
Baciare, mentre dietro la schiena si stringe tra le mani un coltello? Non potrei, non è nella mia indole. Io bacio se ne ho voglia. Bacio da cosciente, bacio da ebbra, bacio con trasporto, a volte pure con un pizzico di razionalità, ma senza falsità. Non nascondo la me stessa più dura, non cerco di renderla digeribile attraverso una maschera di zucchero e coloranti. Nessuno, finora, ha potuto dirmi "Tu mi hai illuso". Io posso dire di essere stata illusa, talvolta, ma in gran parte era colpa solo mia. Mia, della mia ostinata cecità.
A volte le cose rotolano scegliendo la direzione che preferiscono, al di là di quel che facciamo. Come un sassolino: basta un'inclinazione iniziale di qualche decimo di grado, impercettibile, a spingerlo decisamente a destra invece che a sinistra, in fondo alla discesa. Se andasse diritto, sarebbe la rarissima eccezione che conferma la regola. Responsabilità. Casualità. Realtà. Ecco, si riduce tutto a questo: la realtà. Non sempre ci sono meriti e colpe, anche se ci sforziamo tanto di cercarle, che rassegnarsi sembra impossibile. Tutte quelle analisi sfiancanti, quei "se tu avessi", quegli "invece", la rabbia, l'acidità, la tristezza, le reazioni incontrollate, a che servono se poi resta l'inconfutabile, nuda realtà?
Il mio cuore batte a ritmo normale. So che può ancora accelerare, in qualunque momento, senza preavviso. So che i miei occhi possono ancora vedere come dietro una lente rosa, ma non come un tempo, non più. Quella K. era giovane e non sentiva alcun dolore nello sfondare le porte con la testa. Chi m'incontra ora, chi mi vuole ora, deve controntarsi con quella che sono oggi, con le pretese e il pragmatismo. Può girarmi intorno, guardarmi da ogni lato, ma prima o poi dovrà affrontare il punto fermo, il lato più crudo. Per trovare la dolcezza, la tenerezza, la disponibilità (che ancora ci sono), bisogna che quel sassolino prenda la direzione giusta. Bisogna sapergli dare un calcio di assestamento, avere gli occhi ben aperti. E per averli "aperti", bisogna non fidarsi soltanto di sé stessi. Ammettere d'esser stati ciechi e ostinati. Esser capaci di umiltà e apertura mentale. E soprattutto, evitare di metterci un piede sopra, a quel sasso.
Sono di nuovo una "dipendente da biglietto da visita". Nella mia azienda non li concedono a tutti, e per me che in nessun modo sono "graduata" è un piccolo riconoscimento. Questo non significa che sto diventando qualcuno, ma che sono utile. Mi sono scordata di farli vedere ad A., che sicuramente avrebbe rivolto la testa e lo sguardo verso l'altro esclamando - in quel suo personalissimo modo tra lo scherno e l'ammirazione - "Ooooooohdedda, sei diventata importante!". Quando partecipiamo a eventi dove i VIP sono assaliti dai fotografi, lui mi dice tutte le volte "Dedda, io voglio che tu diventi come loro, così poi io mi vanto che la mia amica è una diva!". Mi fa sempre ridere questa cosa, anche perché - ovviamente - a lui non importa davvero che succeda, non più di quanto importi a me.
Vado bene anche adesso, ma più si può migliorare, più si può ottenere meglio è. In tutti i sensi: a volte vorrebbe cambiare qualcosa di me, tipo le scarpe, i capelli, la camicia, in certi momenti pure l'umore. Mi vuol bene attraverso quel filtro distorcente che è il suo punto di vista. Come fa un genitore. Mi vorrebbe perfetta secondo il suo gusto, secondo come lui si immagina me, basterebbe qualche piccolo ritocco e... dopo magari non sarebbe ancora abbastanza. Non siamo mai perfetti agli occhi degli altri, mai, per quanto possiamo amarli. Né gli amici, né i parenti, né gli amori (forse loro sì, ma solo per un breve periodo). Mia nipote è perfetta, lo è perché è come un bocciolo di rosa, pieno di possibilità di diventare... qualunque cosa. Ma per gli adulti è diverso, vogliono di più perché sanno che in teoria - in teoria! - si potrebbe. E allora giù coi consigli, cogli avvertimenti, con le pretese, con le sgridate.
E poi mica siamo la stessa persona con tutti. Con ognuno tiriamo fuori un lato diverso, ognuno ci arricchisce, ci cambia, ci stimola. Con tizio si può discutere di letteratura, con caio di arte, con sempronia di scarpe e borsette. Con alcuni (come le mamme o qualche collega) si litiga più volentieri. Ma con nessuno al mondo si può parlare e disquisire di qualsiasi cosa, non esiste, non si può. E con alcune l'armonia è più forte e il tempo passato insieme non è mai abbastanza.
Ci sono amiche con cui riesco ad andare solo al cinema, con altre solo a bere qualcosa, con altre ancora a vedere qualche mostra. Con A. condivido esperienze varie, e alcune sono possibili solo con lui, ma non spaziamo a 360 gradi. Amiamo le occasioni di stare in mezzo alla gente, ci divertono, e più strana è meglio è. Il bello sta nell'osservazione, nella critica, nell'ammirazione del particolare e del coraggio, nella presa in giro spudorata, nel gioco. Io questa cosa riesco a farla solo con lui, solo lui mi trasmette quella leggerezza, necessaria a prendere gli altri e sé stessi con ironia. Non so cosa darei per vedermi da fuori e capire come sono in quei momenti, in qualsiasi momento, con qualsiasi persona. Ma non ha importanza, perché quella è solo una frazione di me: vedrei solo la me stessa - incompleta - che agisce (e si "esibisce") in quell'istante.

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LadyK • 24/04/2008 17:35