Ho comprato una nuova macchinetta per il caffé. Anzi, siccome dentro di me c'è una piccola Becky* che non riesce a resistere a certe offerte (sconti al 50% e offerte 2 al prezzo di 1), ne ho comprate tre. Che insomma, una macchinetta è sempre un regalo simpatico. Si chiama Cuor di Moka, versione da tre tazze: promette di offrire solo il meglio del caffé "eliminando" il vapore, per questo le porzioni poi sono due. Ed è vero, stamattina l'ho provata, nel tentativo di migliorarmi la giornata. Ho sorseggiato un caffé prelibato, con retrogusto al cacao. Una tazzona di energia. Che però non è stata ancora sufficiente per affrontare la faccia d.m. che come al solito mi aspetta qui.
L'altro giorno A. mi ha detto "È come se tu avessi gettato la spugna". Così ho contato i mesi che sono passati da quando ho iniziato ad essere totalmente insoddisfatta di quello che faccio, e un po' mi sono spaventata. Perché se all'inizio ho fatto il possibile per togliermi da questa situazione, poi il tutto è diventato talmente delicato e precario che la paura mi ha paralizzata qui. È vero che un timido tentativo l'ho fatto anche poco tempo fa, ma poi non sono andata fino in fondo, anche perché non credo che le cose migliorerebbero di molto. In quest'azienda sembrano esserci replicanti dei personaggi peggiori in ogni dove, e si cadrebbe dalla padella alla brace.
L'abitudine aiuta l'essere umano a non impazzire, a tirare avanti, ma la conseguenza negativa è che finisce per fossilizzarsi. Non basta assolutamente più ripetermi che comunque ho uno stipendio e per ora nessuno vuole mandarmi via, perché ogni giorno che passo così è un giorno buttato, un giorno in cui mi sento svilita e poco creativa, un giorno in cui non posso esprimermi. Un giorno in cui mi tocca subire gli umori di una persona che non stimo, oltretutto mentre se la fa con un'altra sotto il mio naso (e lasciando - secondo autorevoli testimonianze, cioé la donna delle pulizie - in giro per gli uffici liquidi corporali facilmente identificabili), aumentando la discriminazione. "Se fosse l'ultimo giorno della tua vita, diresti che quello che stai facendo è quello che vorresti fare?". La risposta è ovvia. Non so quale potrebbe essere lo sbocco: diventare talmente disperata da fare un gesto estremo? Tentare il tutto per tutto - quello che ancora non ho fatto - per uscirne ed evitare che questa frana si porti dietro quella riserva di vitalità che mi è rimasta? Estate Indiana ha scritto di contare sulla crisi che in qualche modo la costringa a cercare qualcos'altro. È un po' quello che è successo al mio direttore quando è stata licenziata: ora fa quello che desidera, peccato che la sua buona uscita e il suo stipendio non siano paragonabili nemmeno lontanamente a quello di un normale impiegato.
Io, che mediocre non mi sono mai sentita e mai mi sentirò, so di dovermela cavare con una certa classe. So che questi sono i miei standard e nemmeno per un momento ho pensato di svalutarmi. Ma è quello che stanno facendo altri, e quello che sto cercando è il modo di fermarli. Ma devo pensarci ogni giorno per non scordarmelo. Perché a volte ci si dimentica persino di essere infelici.
*Becky Bloomwood, la sperperona protagonista della serie letteraria "I Love Shopping").

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LadyK • 10/02/2009 13:28